mini poema noise dalle quartine più storte di sempre
Era sabbato sera.
Come tutti i sabbato sera
ero andato ad un sabba
al Circolo degli Artisti,
quel posto in cui aprono tardi,
servono birra esosa e fanno musica d'immerda
che però fa muovere il gioioso culo
alle ragazze attente al agghindaggio saturnino.
(La vita è tutta un compromesso tra
musica cattiva e culi suadenti
lo so è una generalizzazione stupida
ma socialità e poesia si reggono su cose così)
Ero quindi andato ad abballare,
quando in Palestina nacque Gesù.
E sotto una stella commenda
accadde una cosa tremenda:
in mezzo a tutti quei beoti
coi bicchieri mezzi vuoti
venne fame al mio stomàco,
e se non mangio poi non caco.
Poi presi il pane, lo spezzai,
vidi un piccione e lo pestai.
Diressi i miei passi prolissi e smargiassi
fra dossi gradassi, e poi mossi dei sassi.
Quando ho finito di rimare a cazzo
mi sono ritrovato a Via del Pigneto
che la diritta via era un po' storta.
Girava un po' a sinistra.
Per placare la mia fame
mi diressi in un locale storto
adibito a rosticceria greca
che tira avanti soprattutto col take away.
Chiedo un gyros pita, e quel che mi portano
è una fetta di pane tondo, soffice,
con dentro patatine, pomodori, insalata
e un animaletto dormiente per antonomasia.
Lo addento con gusto, ancora vivo
e dalle labbra mi sgocciolano dei plic,
plic plic, plic plic plic, plic plic plic plic
eccetera, e sono rossori misti a trasparenze marce
di smog e di tabacco e di alcool, e di
cadaveri asiatici e negri arsi dal detersivo
degli autoctoni. Dopo il panino un bicchiere di vino,
e il sonno sopraggiunge come un veleno;
è la pioggia che picchia davanti e di dietro
su ignari e briganti in Via del Pigneto.
Ho sonno e non dormo, son sazio ed assaggio
un bàstone italico: è legno di faggio.
Ormai senza denti, non quelli davanti
raccolgo da terra gli occhiali ormai infranti;
sarà la povertà, la disoccupazione,
però da queste parti è violenta ogni emozione.
Pietà, io dico basta ed allungo il portafoglio,
che smetta di picchiarmi è tutto ciò che voglio.
E' lo squattrinato coinquilino, la colpa non è sua,
però lo guardo un attimo, e vo' dicendo al cor:
(di come finii al primo banco, da solo e senza rimpianti, nell'ultimo anno di liceo)
Su Italia Uno nei pomeriggi del fine settimana andavano in onda dei filmini beccati in fondo ai cesti dell'autogrill. Eravamo a metà tra il 1999 e il 2000 e niente mi lasciava supporre che la vita avrebbe potuto essere anche bella. In quei film spesso i bambini si affacciavano all'adolescenza scuoiando lucertole in riva al fiume e sedendo con un amico sull'uscio di una casetta costruita su un albero, nel retro di una fattoria affacciata sui campi di cereali che diventavano gialli al tramonto. Per me erano solo film. Non ne guardavo tanti, ma lo stereotipo mi è rimasto impresso e lo collego ancora al concetto di Tempi Felici.
Ero estremamente fuori contesto: allora come adesso vivevo in una metropoli in cui si parla un italiano violento, adesso più di allora. Avevo 15 anni e sapevo parlare e scrivere fluentemente in un francese da 15enne alto-borghese, pulito, senza troppe parolacce o modi di dire o colloquialismi canonizzati. Indossavo gli occhiali di Albano Carrisi, avevo un panciotto, i mocassini, i capelli più lunghi che corti ed ingovernabili, facevo Taekwon-Do e avevo almeno 20 chili di grasso extra addosso. E soprattutto, ero l'unico alunno dotato di pene in una classe femminile con gli ormoni in subbuglio e la verginità non pervenuta. Una vera figata, dicevano i maschi delle altre classi. Una vera merda, dicevo io.
Tra le persone più fuori contesto di quella classe c'era Sara, una ragazza con la quale per un anno, il '99-'00, condivisi lo stesso banco a suggerire traduzioni francesi, ricavandone un cazzo di niente. Lei aveva in comune con gli altri il ciclo mestruale, il non saper ascoltare e il saper benissimo parlare a sproposito. Per il resto dopo scuola Sara si faceva un culo così sui libri, studiava davvero moltissimo, aveva una memoria da elefante, non si lavava, non faceva nulla per i capelli ingovernabili, e quando in classe faceva finta di ascoltare in realtà Sara aspettava solo il momento per fare domande imbecilli al professore, in modo tale da farsi vedere attenta senza esserlo davvero (funzionava alla grande: professori di questa benemerita fava!), e dondolava la testa avanti e indietro sfregando il labbro contro l'unghia del pollice, a un ritmo molto simile a quello di "The Police - Message in a Bottle".
Era un inferno. Durante i compiti di matematica se volevi chiederle un temperino bastava dirle "Scusa..." e lei ribadiva nonnò, nonsognente, adesso no. Se volevi chiederle un suggerimento per il compito di storia (era il secondo anno, la prof di Lettere insegnava Italiano-Latino-Storia in un unico format, il che sarebbe stato fico se la prof, la terribile Prof.ssa Colantuono, non fosse stata incapace di distinguere un genio da un limone spremuto), Sara diceva adesso no, nonsognente, nonnò.
Alla riconsegna dei compiti veniva fuori che io avevo preso 4 per ben tre motivi:
non studiavo e quindi il 4 era sacrosanto;
non avrei mai preso più di 4 finchè non avessi cominciato a partecipare in classe: avrei preso di più interrompendo il prof dicendo con altre parole le stesse minchiate che aveva appena spiegato, e quindi quel 4 serviva a punirmi per questa sorta di mio rifiuto di fare "rimming intellettuale";
la mia compagna di banco Sara era troppo impegnata a prendere 8 o 9 per aiutare il suo fornitore ufficiale di suggerimenti in francese, il che significa una cosa che non ho mai mandato giù e che purtroppo mi porterò dentro finché respiro: la frase che prof e genitori mi dicevano di continuo, "dovresti prendere esempio dalla tua compagna di banco".
Quei giorni di ordinario fallimento dell'istituzione Liceo avvenivano esattamente dieci anni fa. Ne scrivo oggi perché tante cose mi hanno formato intellettualmente, tipo i viaggi, la musica, l'amicizia, il blog, la burocrazia, il sesso, la morte... E tutte quante, ogni giorno che Domeniddio o chi per Lui manda sulla Terra, vanno come in guerra contro l'Anno Scolastico '99-'00, contro le 11 ore a settimana con la professoressa Colantuono, contro quella patetica autogestione, contro la professoressa d'inglese che pur non sapendo alcunché della sua materia manteneva il posto di lavoro sbattendosi il preside, contro quelle colleghe del liceo che andavano in giro a fare le pacifiste antirazziste antifasciste, che il diverso ce l'avevano in classe e lo evitavano accuratamente.
E soprattutto contro Sara, che aveva la conoscenza e non la diffondeva, che poteva aiutarmi e non l'ha fatto, che ha preso quel poco di buono che era mio senza mai ringraziare, che si è presa degli onori che non le spettavano. Non mi è andata molto meglio con le altre colleghe che Sapevano di meno, ma lei è stata ed è ancora il simbolo di ciò che ciascuna forma di Sapere non dovrebbe mai essere, e che coi miei modesti mezzi combatterò finché campo.
Concludo: capisco perfettamente le mie colleghe del liceo che a dieci anni di distanza hanno dimenticato tutto, e che appena vista Sara in Facebook si sono fiondate ad accettare la sua richiesta d'amicizia nonostante tutte le robe dette in privato. Ognuno ha i "rapporti" che vuole, per carità. Passerò per sfigato, per quello che serba rancore, per quello che non volta pagina, non me ne frega un cazzo. Io continuo a farne una questione di principio, anzi, una questione di Stato.
Perché io, a differenza vostra, sono ancora in Stato Giovanile.
La ganza storia dell'uomo pisello
e del suo incontro con la Statua del Cazzo
Me ne sto ad occhi sbarrati sul letto. Mi guardo il soffitto sperando che la gravità non mi faccia schiantare contro tutto quel bianco invertendo repentinamente la sua rotta. Poi mi viene una certa voglietta di doverucci coniugali e quindi mi alzo, vado in bagno, mi detergo le parti impudiche con quella colonia da checche che però piace tanto a lei. Mi ficco pure una mentina al gusto Coccole nella gola. Vado dal mio agglomerato di cellule preferito. Ancora dorme intabarrato nel suo pigiama firmato boh, forse Prada. Mi avvicino cauto al suo orecchio e glielo fodero con le idiozie che le piacciono tanto (roba davvero irripetibile).
Lei per tutta risposta mi manda a comprare i cornetti alla crema. Glieli farei io due cornetti, a questa qui. Mentre sbocconcello qualche bestemmia a caso, lei si scatarra il naso. Che ci volete fare, care le mie personalità multiple, a me piace così. Senza questa qui non ce la faccio. Quindi infilo le scarpe e vado a comprare i cornetti alla crema.
L'aria fresca del mattino è un po' come vi pare. Fatto gli è che torno a casa col mio pacchettino calorico, e una zelante statua umana fa il suo lavoro nel disinteresse generale, e nell'immobilità più assoluta. Ed io, io non ho mai capito niente, visto che oramai non me la levo dalla mente. Provo di tutto. Quella sua smorfietta grigia si è annidata in una zona del cervello di cui mai e poi mai avrei voluto sapere alcunché. Provo a immaginare la mia adorata e i suoi cornetti con la crema ficcati a forza giù nel gargarozzo, ma niente. Sul più bello mi appare nel kranio la statua umana col suo viso imperscrutabile e mi fa venire certi dubbi sulle proprietà organolettiche dell'onestà, e sui calzini spaiati che vanno a finire nelle canzoni di Capossela. Una cosa insopportabile. Perciò allungo le brevi dita verso il borsello degli spiccioli e per liberarmi di codeste suggestioni immaginifiche metto sul suo piattino 50 cents. Niente più, di questo niente più.
Grazie all'effetto paradosso che spesso insegue le gesta dei cretini, l'omino grigio comincia a muoversi e per me questa è la fine. Flette le ginocchia e si mette a sedere sullo sgabello che solo due secondi fa gli faceva da piedistallo. Qualcosa mi dice che sente freddo. Il suo viso imbianca dal grigio scuro, perde i pori, abbandona i connotati. Il suo busto è un campionamento paranoico di un fedele che si inchina durante la messa islamica a 93 bpm. Finché il suo viso non diventa di un liscio irreale, una perla coi buchi occhi/bocca e l'escrescenza del naso. Lì il mio orrore scatta e prevale sulla curiosità.
Porto il mio culo e quello dei cornetti a casa il più velocemente possibile. Apro la porta di casa, la varco, mi giro, la chiudo. Sono salvo. Lascio il pacchetto sul tavolo della cucina. Corro in camera da letto e dico mammamamma ho fatto un brutto sogno un sogno bruttissimo che prendevo ordini dal subconscio e poi c'era un tizio di marmo di sabbia o di sale il dubbio mi assale sono salito fino qui, mamma, son tanto felice perché ritorno da té, come dicono alcuni biscotti secchi. Lei mi fa che cazzo dici, deficiente. E poi prevedibilmente mi sbottona i pantaloni.
Dopo un paio d'ore di dolce frenesia mi dice “Amore... ricordami più spesso che al tuo cazzo dovrei fare una statua”. Ed io, che pure da accoppiato so cos'è il senso critico, decido di liquefarmi di nuovo.
Del fatto che in Italia si dice ILbama anziché Obama perché sennò al Nord sembra di parlare come al Sud
Dico cose che
possono essere definite importanti
oppure no,
dipende da molti fattori.
E da qualche sparuto contadino.
Scrivo questo in memoria di te,
caro il mio
dolce,
morbido,
tenero,
fradicio,
tappo di sughero della bottiglia di mirto artigianale,
che mi ricordi il ristorante sardo
e il suo sardonico gestore
che si vantava di avere in bella mostra una bottiglia
con sopra dipinta la scritta:
“Vino del Cazzo”.
Erano giorni di maggio, fra noi
si scherzava
a raccogliere
le forze per andare avanti
nonostante gli esami
con personaggi improbabili.
Tipo quella lì,
che una volta mi disse
“non sapevo che avessi questo DONO della scrittura”,
e io
che mi sono morso la lingua
e le palle
per evitare di rispondere
a quella che ricopre il ruolo di
Presidente del Corso di Laurea:
“non sapevi nemmeno che faccia avessi,
prima che facessi il mio ingresso
in questa stanza
non più di due minuti fa”.
(oltre a non farmi uscire le parole
“dono un cazzo!”,
che solo il Cielo sa
quanta fatica ho fatto
per sviluppare la capacità
nonostante fossi cresciuto
come un mangiaspaghetti basic).
Eppure,
a volte…
a volte c’è qualcos’altro.
Come cantare le canzone
che sentive semp’ a lu mar’,
e subito dopo
TU!
la mia vicina di casa!
additarmi come se fossi
amico di un foggiano, e dire
“Tu hai un amico FOGGIANO??? Brrr.”
Allora
siccome la stesura dei testi
non coinvolge
quando non
è abbastanza sensibile,
farò della situazione una virtù
non teologale.
E così
questa cosa ha un solo
scopo: quello di
far apparire
la dicitura
“Settembre 2009”
nell’archivio del blog,
ma con stile:
difatti
questa è la
prima volta
che un post di
Traviato Rock
viene pubblicato
lontano da casa
(a Nord? a Sud?)
del suo Autore.
Tizio era il meglio del meglio! E giù tutti a commemorare tizio. Andiamo al funerale di tizio, tizio aveva scritto quella frase bellissima sulla pace e sulla guerra, tizio era bello e quando vedevo tizio che si muoveva mi veniva sempre duro. Domani vado a comprare il CD di tizio. Ormai non li ascolto più i CD, ce li ho lì a fare muffa e collezionismo, talmente tanto che sembrano libri. Domani vado a comprare anche il libro di tizio, entrerò in libreria e davanti a me ci sarà una pila di volumi con sopra il cartellino “TIZIO, quello che è morto ieri, comprate” e io comprerò perché tizio era talmente fico che è morto, mica come giggidalessio.
E intanto che aspetto il domani, visto che ormai ce li abbiamo, prendo tutti i social network che ho e ci metto sopra una foto di tizio, così, per commemorare, 'ché tizio era fico e sono dispiaciuto ma non come quelli che ora scoprono tizio solo perché è morto, nooo! Tizio era fico anche prima, solo che la tv!!! e i giornali!!! e insomma IN ALTO!!! si ricordano di tizio solo quando muore, mentre invece noi che siamo subculturali e attenti alla scena e controinformati e noi che sappiamo che non c'è nulla di brutto a baciare una persona dello stesso sesso, noi, noi lo sappiamo tutti i giorni che tizio è fico e anche adesso che è morto in realtà non morirà mai perché ce l'abbiamo nel cuore e tutti i giorni penseremo a quella frase bellissima sulla pace e sulla guerra che è di tizio e la tireremo fuori a ogni occasione anche vagamente appropriata, perché la memoria di tizio è importante e non è che siccome è morto adesso allora, no, tizio era fico pure prima.
Solo che adesso è morto e quindi tutti giù a dire aaah, è morto tizio! Il grande poeta della pace e della guerra, quello di quella frase bellissima sulla pace e sulla guerra che adesso la tv!!! e i giornali!!! e insomma IN ALTO!!! si ricordano perché fa òdiens. E io mi ribello e guardo la tv e i giornali solo per quella frase bellissima sulla pace e sulla guerra e poi vado a comprare il libro il CD e l'adesivo di tizio, così imparano, e al funerale mi attacco l'adesivo in fronte e saprò che io sono un vero fan di tizio perché avrò l'adesivo in faccia, di un colore che tra l'altro è una merda, ma ce l'avrei in faccia anche se tizio fosse vivo, come in realtà è dentro il mio cuoricino onesto da fan di tizio, che è morto.
Che io quelli che adesso fanno tutti i criticoni, ma dico io, ma statevi zitti se non sapete o se non vi piace, perché il rispetto e poi le persone morte, anche se sono vive nei cuoricini onesti di noi che ci piace tizio, le persone morte non ci si parla male sopra, perché sono morti e non si difendono e quindi SANTI SUBITO!!! Tutti i morti dovrebbero essere santi, che ne sanno quei cretini, loro sono mostri insensibili senza cuore, maleducati, andranno all'inferno e allora si ricorderanno di quella frase bellissima sulla pace e sulla guerra che disse tizio ma non potranno fare nulla e moriranno sette volte al secondo con le fiamme atroci, e intanto noi saremo in paradiso a cantare con tizio che era morto e a quei criticoni senza rispetto non ci penseremo nemmeno un pezzettino perché noi non parliamo male dei morti, mai, nemmeno a piazzale loreto, perché siamo superiori, noi.
E quindi adesso scriverò quella frase bellissima sulla pace e sulla guerra, “la guerra è brutta come la fine e la pace è bella come un nuovo inizio”, la metto dappertutto, sul diario sull'agenda sulla mia borsetta e sulla scatola di metallo dove tengo le sigarette, e poi me la incido sul braccio con qualche lettera scritta al contrario, che è un'altra citazione di tizio che suonava in quel gruppo che però non ascolto più perché ancora respirano. E una volta gliene ho dette due a quel maleducato che dice questo e quello di tizio che è morto, così mi sono dimostrato che sono buono e poi tizio mi sorride da lassù, e gli ho detto guarda che non si dice cose di tizio che è morto, gli ho detto “i morti non si toccano nemmeno con un fiore”, però lui è così stupido e STRONZO!!! che non mi ha sentito e ha continuato a fare tizio qua e tizio là, perché non bisogna discutere con quelli che dicono cose brutte su tizio perché ti portano al loro livello e ti battono per esperienza, mentre noi abbiamo il cuoricino onesto da fan di tizio.
Noi non parliamo male di tizio, perché siamo superiori.
Ti ho amata a lungo. Dici che ci siamo amati, ma per difesa ti ho amata e basta. Non leggevi quello che scrivevo e non mi ascoltavi se parlavo di cose che mi interessavano, per questo ben presto ho cominciato a tacere. Tacevo su qualunque cosa che potesse farti annuire con la testa e farti dire “ah ah”, quei tuoi gesti stranieri del cazzo, come per dire “Prosegui, sto sentendo senza ascoltare i tuoi costrutti che suonano bene”.
E quella volta che in metro hai stretto il mio zaino contro il tuo petto, come se stesse arrivando un Krukkmull pronto ad azzannare qualunque cosa avessi in mano. Mi sono girato in direzione del pericolo che vedevo riflesso nei tuoi occhi. Un omino con la fisarmonica che chiedeva spiccioli. Poi ti ho guardata e ti ho chiesto “ma tu, sei razzista?”. Avrei dovuto mandarti affanculo subito. Spingerti in mezzo alle rotaie, magari. Finire sul giornale come in quelle storielle curiose che rimangono impresse pur essendo del tutto irrilevanti, dal titolo
uccide la fidanzata sui binari: “era razzista”
e invece ti amavo come amavo il vento a favore che mi riporta a casa dopo una passeggiata lunghissima e non solo ho ascoltato la tua risposta ridicola (“…solo col Sud e con l’Est…”), ma subito dopo ho cercato di soprassedere, di darti un bacio, di pensare che in fondo le opinioni non sono tutto e blaaa blaaa blaaa.
Tu fai schifo, questa è la verità.
Fai schifo come quelli che fingono una malattia rarissima e incurabile con sintomi indecifrabili per ricevere una pensione e vivere in condizioni pietose, ma a spese dello Stato; tu fai schifo come la lebbra e la rogna e la scabbia e le micosi in mezzo alle tette; tu fai schifo come non lavarsi i denti per giorni e svegliarsi un mattino con le gengive che sanno di sangue e quindi “di coooorsa dal dentista a spendere il miserabondo stipendio!”; tu fai schifo come le cotolette precotte con dentro un foglio di gelatina che viene spacciata per spinaci; tu fai schifo come tutto ciò che una mente anche solo minimamente curiosa può catalogare fra le venti/trenta cose più rivoltanti che gli siano capitate, frullate insieme e testate su una scimmia urlatrice come possibile cura contro il virus HiV, che non a caso sono le tue fottute iniziali.
E non ti stava bene nemmeno che avessi abbastanza orgoglio da non farti vedere che mi sentivo come fra le scarpe dei bambini distratti dopo che hanno pestato una merda di cane, ogni volta che ho cercato di smussare i tuoi spigoli o di appagare le tue voglie in modi diversi da pagarti-la-cena o scopare-più-di-trenta-minuti. Avevo duemila indizi al minuto che mi dicevano di mandarti a cacare, ed è a causa dell’amore se li ho ignorati tutti, dal primo al penultimo. Finchè un Santo Giorno, che Dio glorifichi Quelle 24 ore!, ho capito che sarebbe andata come poi è effettivamente andata: tu avresti continuato a farti spupazzare da quello che allora era il tuo amante e io, nella migliore delle ipotesi, sarei tornato alla vita che facevo prima di incontrare quella cosa mai lavata che tieni fra le cosce, una vita senz’altro migliore fatta di studio, concerti, libri, aria aperta e stronzate agiografiche circa la poligamia, tutte cose di cui tu non sai e che non saprai mai apprezzare.
In quel Santo Giorno non ti ho picchiata, nemmeno uno schiaffo, perché non è così che si sfoga un uomo anche se tu credi il contrario. Anche se tu poi mi hai detto che ci sarebbero state bene, due sberle. Io non sono così. Io non ho bisogno di sentirmi più uomo di una femminuccia come te. Non ci faccio nulla con le tue lacrime e, date le circostanze, sei la persona meno adatta a giudicare quanto sono uomo. Non cerco giustizia e non voglio vendetta, non mi interessa sapere che avevo ragione, anche se porco mondo se ce l’ho. Quello che provo è quasi solidarietà per tutto ciò che tocchi e sporchi anche solo col tuo sguardo vitreo, quello tipico di chi non sta capendo un cazzo di niente. Per tutte quelle persone che stai limitando per il solo fatto che respiri, il Caso Divino ti dovrebbe uccidere. Saresti morta e non daresti più fastidio, nessuno pagherebbe più le tue cene per poi farsi ingoiare dal tuo alito pestilenziale. Ci sarebbe la tua tomba e dopo averla vista me ne andrei al parco con il cane e dormirei più tranquillo sapendo che feccia come te non esiste più.
Ci sono strade nel mio quartiere in cui pare di essere in uno di quei film americani dove tutto è rose e fiori e gli eventi spiacevoli sono dietro ogni angolo.
Quel punto dove Piazza San Giovanni di Dio diventa Circonvallazione Gianicolense fino a Largo Ravizza compreso, ad esempio. Ci passeggi dopo cena e tutto è fermo o quasi. Dalla strada guardi verso i deliziosi appartamentini con cortiletto verde fiorito, vedi le edere che giocano sui muri come cani impazziti dietro una palla da tennis inafferrabile. Le finestre danno sulla strada e se le tapparelle non sono abbassate e avete un bel po’ di fantasia sembra di vedere le luci di Natale (quel mio caro amico elettricista) anche se è luglio. Ogni tot minuti passa un tram semivuoto e se hai molto tempo da perdere puoi vedere anche il 791, l’autobus che passa fino alle 22 per portarti in un posto molto lontano da qui.
In questa parte di mondo c’è una gelateria strafamosa che è il distaccamento di un’altra gelateria strafamosa che porta lo stesso nome. Questo permette a chi vuole un buon gelato di andare in ufficio la mattina dopo e poter cominciare le conversazioni con “sai, ieri sono stato da Tony”, in modo tale che l’interlocutore capisca che non sei stato con un transessuale o da uno spacciatore, ma in quella gelateria dove nonostante la transgenia degli ingredienti sia oramai lo standard si sentono ancora i vecchi sapori delle cose senza marca. Per arrivarci devo affrontare una salita lunga, non tanto lunga, ma lunga. Nelle traversine di questa parte di mondo ci sono molti ingressi indipendenti che sono casa/ufficio di innumerevoli/insospettabili puttane. Insospettabili perché è un quartiere chic dall’età media sopra i 60 anni, innumerevoli perché basta dare un’occhiata al giornale locale a tiratura nazionale per rendersi conto del rapporto puttane/km2.
Era appena finita la salita lunga non tanto lunga ma lunga e stavo per godermi lo spettacolo delle edere e dei tram e di eccetera. Nel piccolo parco ristrutturato da poco una volta c’era la ghiaia e quelle 2 volte che ci sono stato da bimbo mi divertivo a tirare i sassolini agli altri bambini travestiti da zorro, da uomo ragno e così via. Oggi lì la ghiaia non c’è più, ci sono i vecchi che godono a contare i respiri che gli sono rimasti, seduti al fresco sulle panchine, riparati da barre d’acciaio temperato contro le insidie dei loro nipoti drogati. Passo davanti alle sbarre e non capisco se sono io o loro a stare in gabbia. Nel dubbio, ci scambiamo sguardi, io camminando, loro contando i respiri residui. Poi, quando mi hanno fatto abbastanza tristezza, li abbandono.
C’è una fontanella. Un giovane padre si dimena sulla soglia dello sportello posteriore di un’auto. Forse la sta rubando o forse sta inserendo una supposta in un bambino irrequieto, non lo so. Dietro di lui ci sono altri tre bambini: uno è nel passeggino che succhia un attrezzo apposito, uno è appoggiato alle sbarre che cingono il parco e l’ultimo è in piedi, senza forma, che scruta qualcosa di non pervenuto. Mi aspetto che ciò che sembra un genitore faccia qualcosa che valga la pena, come ad esempio uscire dall’abitacolo, o tirar fuori un giocattolo, o scoreggiare, o liquefarsi o esplodere lui con la macchina e tutto il resto, o qualcosa, insomma. E invece nulla, si arrovella col busto nell’abitacolo e le gambe fuori mentre almeno uno dei tre pargoli che gli stanno dietro probabilmente diverrà un evasore fiscale.
Così passo oltre, vado via, prendo un gelato alla frutta, faccio il giro lungo e torno a casa.
Ho imparato a scrivere da una suora mancina. Quella suora mi ha insegnato anche come si tengono le posate a tavola, e da subito ho associato il bisogno fisico di mangiare con quello di scrivere. Vent'anni dopo ho visto in tv un'intervista a Manuela Arcuri, diceva che lei collega moltissimo cibo e sesso. Per me fu una rivelazione: in quel momento realizzai che forse non sarei mai stato in sovrappeso e forse sarei stato uno scrittore migliore, se quella suora mancina mi avesse insegnato anche a farmi le pippe.